martedì 24 settembre 2013

Monte Popa e Bagan

Ancora una volta ho seguito la mia orchestra di musicisti e il medium U Win Hlaing in giro per il Paese. Questa è stata la volta del Monte Popa, sorta di Olimpo birmano dedicato agli spiriti locali, più o meno nei pressi di Mandalay. Questo festival era però dedicato agli alchimisti locali (weikza), gente che ha trovato il modo di prolungare la durata della propria vita in attesa della venuta del futuro Buddha. Unito al culto animistico dei Nat, come sempre celebrato con musiche e danze di cui mi sto interessando, ci si può fare un'idea del sincretismo religioso che si respira da queste parti.




Il villaggio di Popa (traducibile, da quanto ho capito, più o meno con "fiorito") si sviluppa intorno alle pendici dell'omonimo vulcano, ora parco nazionale. Negozi, ristoranti, e ovviamente amplificatori con la musica a tutto volume. Nelle strade confusione e continuo viavai di gente, nonchè scimmie. Scimmie ovunque.


 

Salendo si accede al santuario dedicato ai Nat: immagini del Buddha e di questi spiriti si mischiano con persone che salgono lentamente le scale, incuranti dei rumorosi e improvvisi salti delle scimmie sui tetti di lamiera, i quali offrono senza troppo successo una tregua dal caldo opprimente. Dalla cima si gode un'ottima vista dei dintorni boscosi e montagnosi, si sente la musica salire dalla valle e rimbalzare sui fianchi della montagna.

 
 
Impossibile non fare anche una visita alla vicina Bagan, il sito archeologico più importante della Birmania: si tratta di una valle piena di rovine di templi buddhisti, risalenti più che altro ai tempi d'oro della monarchia (12-13 secolo d.C.), eretti dai re al fine di maturare "merito" (e rallentare dunque la corsa delle reincarnazioni) e distrutti da invasioni mongole, terremoti e generale incuria.



 
Nonostante l'antichichità, Bagan è un sito religioso attivissimo: persone recano omaggio al Buddha nei templi principali, dove è possibile notare una certa presenza turistica; ma abbondano ovviamente anche templi un po' più dimessi – ma non per questo meno grandiosi – dove si può stare in pace a sopportare il leggendario caldo ustionante. Girando in bicicletta nella pianura sono riuscito anche a trovare questa pagoda con un buco nel muro, e ovviamente mi ci sono infilato, arrampicandomi sulla parete esterna, armato di torcia elettrica. Era pieno di pipistrelli. Per qualche minuto mi sono sentito un po' Indiana Jones.

 
Andando qua e là ho incontrato anche dei ragazzi birmani più o meno della mia età: si stavano esercitando con la tradizionale arpa (saung), ho sentito la musica e mi sono aggregato a loro per un paio di giorni. Mi hanno presentato il loro maestro e ho anche potuto registrare un paio di canzoni. Il posato ed elegante repertorio della musica "da camera" della corte birmana, in cui l'arpa svolge il ruolo principale, è decisamente distante dalle rumorose e percussive sonorità dell'orchestra di tamburi e gong dei rituali per i Nat. Un altro esempio di quanto la cultura di questo Paese sia affascinante e complessa.
 
 

Quattro giorni di relax, dunque, e non che non me li sia guadagnati. A onor del vero, riporto anche la cronaca del mio turbolento arrivo in questi lidi.
 
Sono arrivato alle 3 del mattino a Kyauk Padaung, che la mia famiglia adottiva mi aveva assicurato essere una città. Invece è poco più di un villaggio, due strade in croce e su una c'è la fermata del mio autobus notturno. A momenti rischio pure di non scendere, dato che mi aspettavo di arrivare in un posto decisamente diverso.

Scendo, addento famelico il mio panetto dolce al burro, preventivamente acquistato. Il tipo dietro al bancone che registra gli arrivi mastica un po' di inglese, gli chiedo se conosce un posto dove posso dormire. Ce n'è uno, chiama, ma è tutto pieno: c'è il festival al Monte Popa (vicinissimo con il bus, motivo per cui volevo dormire in questo villaggio), quindi tutto esaurito. Fa un altro paio di chiamate, ma niente. A un certo punto un tipo ha una brillante idea: voglio dormire in un monastero? Ovviamente la risposta è si. Monto su un mototaxi e vado. Già pregustavo il ritmo di vita monastico.
 
Invece niente, per qualche motivo al monastero non ci posso dormire. Torno indietro, nelle mani dei tassisti, che mi dicono che per 5000ks mi portano in un hotel dove posso dormire per 5 dollari. E proviamo, dico io. Mezz'oretta di taxi nella notte, in mezzo a strade buie, piene di buche e curve. C'è stato anche un non poco chiaro cambio di taxi (mi hanno fatto scendere da uno e salire su un altro), a un certo punto ho pure inziato a sospettare cose brutte. Eravamo in mezzo al nulla totale. Freddo. Stanchezza. Invece questo mi porta all'hotel.
 
Super hotel. Stanze da 50 e 100 dollari. Non se po' fa. Già che ci sto, approfitto della disponibilità del receptionist e faccio chiamare un altro hotel: stessa storia, stanze da 95dollari. Dato che sembra non esserci modo di dormire a Kyauk Padaung o a Popa, opto per il piano b: abbandonare il paesino e andare nella città segnalata da Lonely Planet, Nyaung U. Per sicurezza prima faccio chiamare dall'hotel alla "Winner" guest-house, e "prenoto", 12 dollari a notte e nessuna idea di dove questo posto sia.
Baibaitenchiu.
Rimonto sul taxi, si ritorna a Kyauk Padaung, destinazione: fermata del bus, perchè Nyaung U è lontano, e in mototaxi costa davvero troppo. Stessa strada al contrario, sono le 4 di mattina ormai.
 
Tornati, e il tassista vuole 10000ks invece di 5000 perché – sostiene - mi ha pure riportato indietro. Come se lui avesse intenzione di dormire all'hotel. Mi altero un pochino, faccio notare che sono stanco, ho sonno, non ho ancora un posto dove stare nonostante i vari consigli, e la tariffa del ritorbo scende a 2000ks. Pago, basta che la finiamo. Una volta pagato il tassinaro diventa il mio migliore amico, mi fa vedere dei video musicali, aspetta il bus con me. Dice che passa alle 5. Alle 5 e un quarto lui se ne va, io aspetto con altre due persone. Rischiara. L'autobus passa alle 6, si ripresenta il tassinaro che mi da una mano (abbastanza inutile) a prendere il bus, che poi è il classico pick up col tettuccio che conosciamo bene.
 
Due ore di viaggio. Albeggia. La gente sul camioncino mi guarda fisso. Piano piano il camioncino si riempie fino a scoppiare. Io sto già scoppiando di sonno, mi addormento un paio di volte in posizioni improbabili, nonostante gli scossoni.
Non so più er ghepardo de na vorta.
Alla fine alle 8 circa smonto dal bus. E mi si rompe le zaino. Spalluccia sinistra andata. Impreco e nello stesso tempo sorrido al conducente, che mi chiede da dove vengo.
- Itali
- oh, itali
Chiedo - Du iu noo uere "uinner" ghestaus is?
- ies, iu ualch dis uei. - indica.
Grazie. Mi incammino.
 
Faccio nemmeno 100 metri e una del negozio che affitta bici mi chiede - iu uant a baich?
- No, rispondo, - ai uant uinner ghestaus. - oh, dice. Uinner ghestaus so far. 4 chilomitres.
Accipicchia, dico io. Arigrazie, entro nel "food centre" là di fianco, ordino un the e una piadina con i ceci. Colazione.
 
Finisco, vado a cercare uno zaino. Giro nel mercato e ne compro uno che mi si sarebbe rotto il giorno dopo. Adesso è lacero. Troppo stanco per notarlo prima. Ho contrattato e anche li' ho recuperato qualcosa, ma rimane uno zainaccio pagato troppo.
E vabbeh.
Vado al centro informazione turisti, che nel fattenpo (sono le 8 ormai) ha aperto, gli chiedo dove sta la "uinner". Anche Nyaung U non è che sia poi una metropoli. Mi incammino. 200 metri e vedo la Pyinsa Rupa guest house.
Penso: vediamo se mi chiedono meno di 12 dollari a notte.
Chiedo - do iu hev a rum? Risponde - ies, ciu caind of rum, uit te fan is 10 dola. Dico - can iu elp mi uit autobus buking tu iangon e mount popa?
 
Dice di si. Affare fatto. Entro. Mi registro. Pago. Il tipo è simpatico, mi dice che c'è una via per entrare a Bagan (vicinissima, da qui) senza pagare il ticket di 15 dollari. Ci credo poco. Un altro tipo sul divano mi chiede se sono tedesco. - No, italian. - Oh, itali. Arindanghete. Si sta mettendo in bocca una strana cremina marrone. Chiedo cos'è. Medicina, dice "per far uscire l'aria dalla pancia". Chi sono io per tirarmi indietro? Assaggio la medicina. Sapore di menta, più dolce e salato insieme.
 
Forse tra un po' vado a terra morto. Forse sarà colpa della medicina.

sabato 14 settembre 2013

a day in the life: cose di famiglia

Negli ultimi giorni sono stato impegnato col trasferimento, e conseguente esplorazione, in una nuova zona della città. Mi sono finalmente sistemato, in una comoda camera singola (che dopo le camerate degli ostelli per un mese è davvero il paradiso), in una casa che condivido con una famiglia birmana, nel quartiere di South-Okkalapa - un po' fuori mano rispetto al centro città (diciamo un'ora e passa di autobus, con tutto il traffico) ma più vicino alla mia area di lavoro.

 
Da sinistra a destra: Ma Thwe, moglie del padrone di casa (al momento è imbarcato su una nave - qualcuno dice pirata - a Sydney), incinta di cinque mesi; "nonna" San Myint, madre del suddetto pirata, che negli anni '60 ha vissuto cinque anni in Indonesia e non vede l'ora di ritornarci; Soe Htoo, che non ha legami familiari con gli altri, ma è un semplice amico - ha studiato al corrispettivo locale della scuola alberghiera e ovviamente cucina bene.
 
E quindi no, per l'ultima volta: non sto mangiando cavallette. Il pasto di base consiste in riso (qua si dice "thamin") con curry (hin) di patate (aalù) - tutto mischiato. Volendo, si mangia con le mani, all'indiana.
 
 
Sto sviluppando un buon vocabolario culinario, devo ammettere. Lo posso sfoggiare soprattutto nei vari ristoranti, che qua si trovano praticamente ad ogni angolo di strada, tutti assolutamente identici l'uno a l'altro, con lo stesso menu. Impossibile sbagliarsi.
 
 
Se finché ero in ostello mangiare in questi posti era all'ordine del giorno, ora sto invece iniziando a mangiare a casa: spesa al mercato e cucina. I familiari adottivi mi hanno messo all'ingrasso, ma credo di non riuscire a ingrassare mangiando riso. L'altra sera ho provato a fare un po' di pasta, anche per loro ovviamente, e ritagliare un pezzo di italianità nella piovosa Yangon.
Non faccio vedere le foto perché davvero non vale la pena. Culinariamente è stato un vero fallimento.
 
Sarà per il fatto che mangio poco, o che quello che il curry di patate non ha abbastanza spezie dentro - fatto sta che le zanzare (tchièn) pizzicano solo me. Quando si fa una certa ora mi rintano nella mia stanza, dato che il salone è il regno delle piccole succhiasangue. Ma la conquista della stanza non è stata una battaglia facile. La prima notte l'ho passata quasi insonne, a darmi manate sulla faccia o a rintanarmi sotto il lenzuolo. La zanzariera della finestra, infatti, presentava qualche falla, opportunamente tappata con qualche fazzoletto che ora impregno quotidianamente di spray anti-zanzare. Questo, insieme alla lampada azzurrina friggi-insetti che mi è stata data in concessione, sono gli unici baluardi a mia disposizione.
 
 
 
Queste scaramucce notturne mi riportano alla mente gli attacchi precedentemente subiti, dove a farne le spese era stata principalmente la mia faccia: erano i primi tempi, quando ancora stazionavo nella hall della mia guest-house,  e strane ed enormi bolle erano improvvisamente apparse sopra l'attaccatura dell'allora prosperosa barba. (Da notare la vispa e attenta espressione degli occhi)
 
 
E a proposito di rasatura: è fantastico usare il suddetto antizanzare come dopobarba. Brucia che nemmeno il Mennen. Un kit da combattimento stile Rambo.
 
 
Ultimamente ho pure acquistato una scheda simcard con tanto di connessione. E anche la pubblicità dei vari siti si è adeguata alla mia nuova posizione geografica.
 
 
"Venire qui" dove, esattamente?

giovedì 5 settembre 2013

Bangkok

L'altra settimana ero a Bangkok, per sbrigare (con successo) alcune pratiche burocratiche.
Il volto del nemico da sconfiggere - l'Ufficio Visa dell'ambasciata birmana:


Gli uffici avrebbero aperto solo di lunedi', quindi ho avuto un intero fine settimana per un po' di turismo vecchio stile: Palazzo Reale, gitarella sul fiume in traghetto, pagode e monumenti vari, Museo Nazionale (dove tra l'altro c'e' una bella sala dedicata agli strumenti musicali, e io mi sentivo come un bambino a Natale). Dipinti e fotografie della famiglia reale, disseminati un po' ovunque tra strade, negozi, abitazioni, taxi - alcune in formato gigante - a sottolineare l'enorme devozione dei thailandesi per il "sangue blu" locale.

 

 


Immancabile il diluvio improvviso. Ho riparato sotto un padiglione in un parco, dopo un po' di tempo dal fiumiciattolo che scorre sotto il classico ponte in legno delle coppiette è uscito fuori il qui presente rettilone - e si è avvicinato pure parecchio:


Ma ho saltato un po' di passaggi.
Quando sono arrivato erano le 21:00 di venerdì. Esco dall'aeroporto e, assecondando come al solito la mia tirchieria, decido di avventurarmi sui mezzi pubblici (che qui funzionano al solito modo) invece di prendere un comodo ma più costoso taxi.
Morale: sbaglio due volte fermata, pagando quindi tre biglietti invece di uno (il taxi probabilmente sarebbe costato meno), chiedo informazioni qua e là, e alla fine, con molti dubbi, mi avventuro nella strada che mi è stata indicata, ovvero Silom.



Dopo la tranquilla e pacata Yangon, fare un salto improvviso nella movida del venerdì sera di Bangkok si accusa: locali di massaggi ovunque, signorine (forse) che sponsorizzano prive' con annesso "bizzarre show", locali gay con baldi e aitanti giovanottoni che ballano in slip, e figuri più o meno loschi a ogni angolo che offrono "bum-bum" in tutte le lingue mondo - il tutto in mezzo alla strada, tra un rumoreggiante e fittissimo traffico, carretti-ristoranti di cinesi che spandono odore di fritto, i jingles di McDonald's e KFC come trappole moschicida, metropolitana sopraelevata che scarica vagonate di persone, altarini con buddha incensati e sconsolati.



Amsterdam al confronto è una gita con l'Azione Cattolica.



Non ho foto a disposizione perche' ovviamente non potevano essere scattate, ma si puo' usare la fantasia o vedere il becero Una notte da leoni 2.

All'inizio del '900 la buonanima di Conrad la descriveva così:
Era là, estesamente sparsa su ambe le rive, la capitale d'Oriente che mai aveva conosciuto conquistatori bianchi: una distesa di scure case di bambù, di stuoia e di foglie, e con uno stile di architettura vegetale, sorta dallo scuro suolo sulle sponde del fiume fangoso. Era stupefacente pensare che in tutte quelle migliaia d'abitazioni umane probabilmente non v'erano neppure sei libbre di chiodi. Alcune di quelle case fatte d'erba e paletti, come nidi d'una specie di animali acquatici, erano abbarbicate sulla bassa sponda. Altre parevano spuntare dall'acqua; altre ancora galleggiavano ancorate proprio nel bel mezzo della corrente. Qua e là in lontananza, sopra l'affollata distesa delle basse creste dei tetti, torreggiavano grandi edifici in muratura, il palazzo del re, templi splendidi e decrepiti, crollanti sotto il sole a picco tremendo e opprimente, quasi palpabile cosa, che sembrava entrarvi nel petto attraverso il respiro e impregnarvi le membra attraverso ogni poro della pelle.

Oggi e' piu' o meno cosi':


 

E le notizie da casa non sono mai rassicuranti: ilsole24ore.