giovedì 10 ottobre 2013

a day in the life: gite della domenica

[nuovo avviso: fatto. A quanto pare le foto si caricano una volta che scocca la mezzanotte. Prima non si riesce. In ogni caso ho lasciato le descrizioni delle foto prima mancanti, ad eterno monito]

[avviso: pare che la connessione internet abbia deciso io oggi io non possa caricare foto. Siccome però ormai ho scritto già tutto, ed è pure un bel po' che sto qua davanti, ho deciso che per il momento inserisco una breve descrizione di quella che doveva essere una fotografia. Magari più avanti ci riproverò.]


Sembra che ormai le domeniche siano state elette dalla mia famiglia a "giorno in cui si porta fuori Lorenzo". Non che non vada in giro già abbastanza – anzi, giro fin troppo tra musicisti, orchestre, medium, costruttori di tamburi: se però il primo invito ad accodarmi all'allegra bigata per un po' di "sightseeing" era stato timido, ora le uscite sembrano essere diventate una costante al punto tale che le prossime le stiamo addirittura programmando (!).

[Foto 1: l'"allegra brigata" alla stazione di Talà, in attesa del traghetto di ritorno - Ma Thwe, San e quelli che io chiamo "i ragazzi"]

 
Due settimane fa è stata la volta di Talà, piccola e affolattissima stazione degli autobus che collega Yangon con i villaggi dei dintorni, dove Ma Thwe doveva sbrigare alcuni non meglio precisati "affari". Per arrivarci abbiamo preso il traghetto dal molo di Pansodan (tariffa maggiorata per i forestieri) e in dieci minuti di viaggio abbiamo attraversato lo Yangon River.

[Foto 2: ormeggio delle hlay, come specificato anche nel corpo del testo]
 

Nella foto le tipiche imbarcazioni del posto, la hlay birmana: sembra che offrano un qualche servizio taxi tra le due rive, sfruttato perlopiù dai locali. Studiando qua e là ho trovato anche una specie di accorata descrizione di queste barche: l'autore è U Khin Zaw, un birmano che scrive negli anni '80 sulla cultura del proprio in paese. Traducendo dall'inglese:

Queste barche sfiorano la superficie dell'acqua. Nessuno dei suoi remi spezza le onde in maniera brutale. Sfiorano come se fossero canoe, ma le canoe sono fatte per la velocità. Queste barche invece no. Queste barche sono semplicemente di ottima fattura, e a questa si accompagna la tipica cortesia di noi birmani. Scivolano così facilmente da sembrare felici, ed ugualmente sembra esserlo l'acqua che scorre senza fretta sotto di esse. Ecco la vera unione di acqua e imbarcazione: sembrano essere innamorati, e l'unione è tale che la violenza è fuori discussione.

Tanto per dire che nel sudest asiatico non è che esista solo il sampan thailandese.

Pioveva a dirotto, e all'uscita del traghetto sono stato praticamente preso d'assalto dai molti tassisti di risciò, che sono arrivati anche a strattonarmi un pochino (meno male che avevo le guardie del corpo). Dall'altro lato del fiume grigi e umidi gli edifici della Downtown (ma la foto è venuta male e non la metto), e i cantieri navali del porto commerciale.

[Foto 3: toccante e commovente foto sulla "Yangon-che-cambia", con le gru del moderno porto in lontananza e le piccole e insignificanti barchette a remi ormeggiate]


Domenica scorsa invece è stato come andare a messa – o almeno, la sensazione era quella. Abbiamo raggiunto la Kaba Aye Pagoda, annessa alla quale si trova la sede di Yangon della State Pariyatti Sasana University. Si tratta di un'università per monaci molto esclusiva: per accedere è necessario superare un difficile test di ingresso (ovviamente relativo a conoscenze buddhiste), i posti sono limitati a 400, l'unica altra sede si trova a Mandalay. I monaci (di tutte le età, ma da quanto ho visto in prevalenza abbastanza giovani) studiano anche inglese e informatica, e si sostentano grazie al supporto delle famiglie laiche, che li "adottano". Ecco dunque spiegato il motivo della nostra visita: un incontro con Ashin Vilasa, "figlio adottivo", e seguente donazione pubblica a tutta la comunità.

[Foto 4: me, Ashin, Ma Thwe e San nella sala del Dhamma dell'università, dopo aver elargito la carità ai monaci. Divertente, noto ora che siamo in ordine di altezza, ma senza foto ovviamente non si vede. Vabbè]


La mia famiglia era abbastanza ansiosa di farmi conoscere Ashin, dato che parla bene l'inglese; inoltre volevano anche farmi vedere questo complesso universitario, dato che "là è pieno di studenti come te".

[Foto 5: il corridoio esterno su cui da' la camera di Ashin, con i vestiti dei monaci appesi ad asciugare]

 

A vedere i corridoi con tutti gli abiti color zafferano dei monaci stesi ad asciugare, e sentire ripetere ad alta voce le lezioni di inglese con lo stesso tono di voce con cui si ripetono le preghiere, non è che abbia trovato molto in comune con l'ambiente dell'università romana. Il posto è bello e tranquillo, e c'è anche annesso un laghetto dove, essendo rigorosamente vietata la pesca (precetti buddhisti), i numerosi pesci-gatto vengono nutriti con generosi pezzi di pane, raggiungendo devo dire dimensioni ragguardevoli.

Dopo la cerimonia della donazione è seguito il pranzo (faccio notare che erano appena le 10 del mattino: i monaci dopo le 12 possono solo bere acqua o succhi di frutta), quindi siamo ritornati nell'alloggio di Ashin. Come segno di "arrivederci" mi ha regalato il "Vinaya", il canone delle leggi buddhiste, ovviamente in inglese. Senza parole per la gentilezza, come al solito.

[Foto 6: foto del pranzo comune offerto dai monaci, con me e San famelicamente in primo piano]


Già che c'eravamo ci siamo fermati alla Kaba Aye pagoda (anche perché Ma Thwe non c'era mai stata): la Lonely Planet la definisce "disneyana", e in effetti c'è una specie di enorme piscina dove la gente cerca di lanciare monetine (senza valore, qui) dentro a dei vasi, mentre sullo sfondo si muovono dei pupazzoni meccanici in adorazione del Buddha. A parte questo, il centro della costruzione ospita una statua a tutto tondo del Buddha davvero magnifica, e direi decisamente preziosa.

[Foto 7: lo sfondo con i pupazzoni che dicevo. Meglio ancora della foto sarebbe stato il video. Nemmeno ci provo]

[Foto 8: la statua del Buddha]
 


Sempre nei dintorni c'è la Mahapasana Cave, che come dice il nome consiste in un'enorme sala ricavata da una caverna naturale. Viene utilizzata per i "sinodi" buddhisti e altre importanti cerimonie, ma a parte la vertiginosa altezza del soffitto offre ben poco (quindi niente foto).

Mi sono sbilanciato stavolta: addirittura due foto con me dentro.
 
Parallelamente a tutto ciò, ci tengo a sottolineare che la ricerca va bene. Un piccolo aneddoto, tanto per: la settimana scorsa sono capitato casualmente ad un rituale, e il figlio dei medium mi ha detto entusiasta "vieni, vieni domani, che rifacciamo tutto e ci sarà pure la televisione!". Armi e bagagli, il giorno dopo torno. E non c'è niente. Forse domani, mi dice. Me ne vado sconsolato. Passa il tempo, e giusto l'altro giorno, attraverso un giro di persone che non sto a spiegare, mi viene detto che è un ubriacone e un contaballe, poco affidabile e assolutamente da non prendere in considerazione.

L'etnomusicologia è una gran faticaccia.