martedì 24 settembre 2013

Monte Popa e Bagan

Ancora una volta ho seguito la mia orchestra di musicisti e il medium U Win Hlaing in giro per il Paese. Questa è stata la volta del Monte Popa, sorta di Olimpo birmano dedicato agli spiriti locali, più o meno nei pressi di Mandalay. Questo festival era però dedicato agli alchimisti locali (weikza), gente che ha trovato il modo di prolungare la durata della propria vita in attesa della venuta del futuro Buddha. Unito al culto animistico dei Nat, come sempre celebrato con musiche e danze di cui mi sto interessando, ci si può fare un'idea del sincretismo religioso che si respira da queste parti.




Il villaggio di Popa (traducibile, da quanto ho capito, più o meno con "fiorito") si sviluppa intorno alle pendici dell'omonimo vulcano, ora parco nazionale. Negozi, ristoranti, e ovviamente amplificatori con la musica a tutto volume. Nelle strade confusione e continuo viavai di gente, nonchè scimmie. Scimmie ovunque.


 

Salendo si accede al santuario dedicato ai Nat: immagini del Buddha e di questi spiriti si mischiano con persone che salgono lentamente le scale, incuranti dei rumorosi e improvvisi salti delle scimmie sui tetti di lamiera, i quali offrono senza troppo successo una tregua dal caldo opprimente. Dalla cima si gode un'ottima vista dei dintorni boscosi e montagnosi, si sente la musica salire dalla valle e rimbalzare sui fianchi della montagna.

 
 
Impossibile non fare anche una visita alla vicina Bagan, il sito archeologico più importante della Birmania: si tratta di una valle piena di rovine di templi buddhisti, risalenti più che altro ai tempi d'oro della monarchia (12-13 secolo d.C.), eretti dai re al fine di maturare "merito" (e rallentare dunque la corsa delle reincarnazioni) e distrutti da invasioni mongole, terremoti e generale incuria.



 
Nonostante l'antichichità, Bagan è un sito religioso attivissimo: persone recano omaggio al Buddha nei templi principali, dove è possibile notare una certa presenza turistica; ma abbondano ovviamente anche templi un po' più dimessi – ma non per questo meno grandiosi – dove si può stare in pace a sopportare il leggendario caldo ustionante. Girando in bicicletta nella pianura sono riuscito anche a trovare questa pagoda con un buco nel muro, e ovviamente mi ci sono infilato, arrampicandomi sulla parete esterna, armato di torcia elettrica. Era pieno di pipistrelli. Per qualche minuto mi sono sentito un po' Indiana Jones.

 
Andando qua e là ho incontrato anche dei ragazzi birmani più o meno della mia età: si stavano esercitando con la tradizionale arpa (saung), ho sentito la musica e mi sono aggregato a loro per un paio di giorni. Mi hanno presentato il loro maestro e ho anche potuto registrare un paio di canzoni. Il posato ed elegante repertorio della musica "da camera" della corte birmana, in cui l'arpa svolge il ruolo principale, è decisamente distante dalle rumorose e percussive sonorità dell'orchestra di tamburi e gong dei rituali per i Nat. Un altro esempio di quanto la cultura di questo Paese sia affascinante e complessa.
 
 

Quattro giorni di relax, dunque, e non che non me li sia guadagnati. A onor del vero, riporto anche la cronaca del mio turbolento arrivo in questi lidi.
 
Sono arrivato alle 3 del mattino a Kyauk Padaung, che la mia famiglia adottiva mi aveva assicurato essere una città. Invece è poco più di un villaggio, due strade in croce e su una c'è la fermata del mio autobus notturno. A momenti rischio pure di non scendere, dato che mi aspettavo di arrivare in un posto decisamente diverso.

Scendo, addento famelico il mio panetto dolce al burro, preventivamente acquistato. Il tipo dietro al bancone che registra gli arrivi mastica un po' di inglese, gli chiedo se conosce un posto dove posso dormire. Ce n'è uno, chiama, ma è tutto pieno: c'è il festival al Monte Popa (vicinissimo con il bus, motivo per cui volevo dormire in questo villaggio), quindi tutto esaurito. Fa un altro paio di chiamate, ma niente. A un certo punto un tipo ha una brillante idea: voglio dormire in un monastero? Ovviamente la risposta è si. Monto su un mototaxi e vado. Già pregustavo il ritmo di vita monastico.
 
Invece niente, per qualche motivo al monastero non ci posso dormire. Torno indietro, nelle mani dei tassisti, che mi dicono che per 5000ks mi portano in un hotel dove posso dormire per 5 dollari. E proviamo, dico io. Mezz'oretta di taxi nella notte, in mezzo a strade buie, piene di buche e curve. C'è stato anche un non poco chiaro cambio di taxi (mi hanno fatto scendere da uno e salire su un altro), a un certo punto ho pure inziato a sospettare cose brutte. Eravamo in mezzo al nulla totale. Freddo. Stanchezza. Invece questo mi porta all'hotel.
 
Super hotel. Stanze da 50 e 100 dollari. Non se po' fa. Già che ci sto, approfitto della disponibilità del receptionist e faccio chiamare un altro hotel: stessa storia, stanze da 95dollari. Dato che sembra non esserci modo di dormire a Kyauk Padaung o a Popa, opto per il piano b: abbandonare il paesino e andare nella città segnalata da Lonely Planet, Nyaung U. Per sicurezza prima faccio chiamare dall'hotel alla "Winner" guest-house, e "prenoto", 12 dollari a notte e nessuna idea di dove questo posto sia.
Baibaitenchiu.
Rimonto sul taxi, si ritorna a Kyauk Padaung, destinazione: fermata del bus, perchè Nyaung U è lontano, e in mototaxi costa davvero troppo. Stessa strada al contrario, sono le 4 di mattina ormai.
 
Tornati, e il tassista vuole 10000ks invece di 5000 perché – sostiene - mi ha pure riportato indietro. Come se lui avesse intenzione di dormire all'hotel. Mi altero un pochino, faccio notare che sono stanco, ho sonno, non ho ancora un posto dove stare nonostante i vari consigli, e la tariffa del ritorbo scende a 2000ks. Pago, basta che la finiamo. Una volta pagato il tassinaro diventa il mio migliore amico, mi fa vedere dei video musicali, aspetta il bus con me. Dice che passa alle 5. Alle 5 e un quarto lui se ne va, io aspetto con altre due persone. Rischiara. L'autobus passa alle 6, si ripresenta il tassinaro che mi da una mano (abbastanza inutile) a prendere il bus, che poi è il classico pick up col tettuccio che conosciamo bene.
 
Due ore di viaggio. Albeggia. La gente sul camioncino mi guarda fisso. Piano piano il camioncino si riempie fino a scoppiare. Io sto già scoppiando di sonno, mi addormento un paio di volte in posizioni improbabili, nonostante gli scossoni.
Non so più er ghepardo de na vorta.
Alla fine alle 8 circa smonto dal bus. E mi si rompe le zaino. Spalluccia sinistra andata. Impreco e nello stesso tempo sorrido al conducente, che mi chiede da dove vengo.
- Itali
- oh, itali
Chiedo - Du iu noo uere "uinner" ghestaus is?
- ies, iu ualch dis uei. - indica.
Grazie. Mi incammino.
 
Faccio nemmeno 100 metri e una del negozio che affitta bici mi chiede - iu uant a baich?
- No, rispondo, - ai uant uinner ghestaus. - oh, dice. Uinner ghestaus so far. 4 chilomitres.
Accipicchia, dico io. Arigrazie, entro nel "food centre" là di fianco, ordino un the e una piadina con i ceci. Colazione.
 
Finisco, vado a cercare uno zaino. Giro nel mercato e ne compro uno che mi si sarebbe rotto il giorno dopo. Adesso è lacero. Troppo stanco per notarlo prima. Ho contrattato e anche li' ho recuperato qualcosa, ma rimane uno zainaccio pagato troppo.
E vabbeh.
Vado al centro informazione turisti, che nel fattenpo (sono le 8 ormai) ha aperto, gli chiedo dove sta la "uinner". Anche Nyaung U non è che sia poi una metropoli. Mi incammino. 200 metri e vedo la Pyinsa Rupa guest house.
Penso: vediamo se mi chiedono meno di 12 dollari a notte.
Chiedo - do iu hev a rum? Risponde - ies, ciu caind of rum, uit te fan is 10 dola. Dico - can iu elp mi uit autobus buking tu iangon e mount popa?
 
Dice di si. Affare fatto. Entro. Mi registro. Pago. Il tipo è simpatico, mi dice che c'è una via per entrare a Bagan (vicinissima, da qui) senza pagare il ticket di 15 dollari. Ci credo poco. Un altro tipo sul divano mi chiede se sono tedesco. - No, italian. - Oh, itali. Arindanghete. Si sta mettendo in bocca una strana cremina marrone. Chiedo cos'è. Medicina, dice "per far uscire l'aria dalla pancia". Chi sono io per tirarmi indietro? Assaggio la medicina. Sapore di menta, più dolce e salato insieme.
 
Forse tra un po' vado a terra morto. Forse sarà colpa della medicina.

sabato 14 settembre 2013

a day in the life: cose di famiglia

Negli ultimi giorni sono stato impegnato col trasferimento, e conseguente esplorazione, in una nuova zona della città. Mi sono finalmente sistemato, in una comoda camera singola (che dopo le camerate degli ostelli per un mese è davvero il paradiso), in una casa che condivido con una famiglia birmana, nel quartiere di South-Okkalapa - un po' fuori mano rispetto al centro città (diciamo un'ora e passa di autobus, con tutto il traffico) ma più vicino alla mia area di lavoro.

 
Da sinistra a destra: Ma Thwe, moglie del padrone di casa (al momento è imbarcato su una nave - qualcuno dice pirata - a Sydney), incinta di cinque mesi; "nonna" San Myint, madre del suddetto pirata, che negli anni '60 ha vissuto cinque anni in Indonesia e non vede l'ora di ritornarci; Soe Htoo, che non ha legami familiari con gli altri, ma è un semplice amico - ha studiato al corrispettivo locale della scuola alberghiera e ovviamente cucina bene.
 
E quindi no, per l'ultima volta: non sto mangiando cavallette. Il pasto di base consiste in riso (qua si dice "thamin") con curry (hin) di patate (aalù) - tutto mischiato. Volendo, si mangia con le mani, all'indiana.
 
 
Sto sviluppando un buon vocabolario culinario, devo ammettere. Lo posso sfoggiare soprattutto nei vari ristoranti, che qua si trovano praticamente ad ogni angolo di strada, tutti assolutamente identici l'uno a l'altro, con lo stesso menu. Impossibile sbagliarsi.
 
 
Se finché ero in ostello mangiare in questi posti era all'ordine del giorno, ora sto invece iniziando a mangiare a casa: spesa al mercato e cucina. I familiari adottivi mi hanno messo all'ingrasso, ma credo di non riuscire a ingrassare mangiando riso. L'altra sera ho provato a fare un po' di pasta, anche per loro ovviamente, e ritagliare un pezzo di italianità nella piovosa Yangon.
Non faccio vedere le foto perché davvero non vale la pena. Culinariamente è stato un vero fallimento.
 
Sarà per il fatto che mangio poco, o che quello che il curry di patate non ha abbastanza spezie dentro - fatto sta che le zanzare (tchièn) pizzicano solo me. Quando si fa una certa ora mi rintano nella mia stanza, dato che il salone è il regno delle piccole succhiasangue. Ma la conquista della stanza non è stata una battaglia facile. La prima notte l'ho passata quasi insonne, a darmi manate sulla faccia o a rintanarmi sotto il lenzuolo. La zanzariera della finestra, infatti, presentava qualche falla, opportunamente tappata con qualche fazzoletto che ora impregno quotidianamente di spray anti-zanzare. Questo, insieme alla lampada azzurrina friggi-insetti che mi è stata data in concessione, sono gli unici baluardi a mia disposizione.
 
 
 
Queste scaramucce notturne mi riportano alla mente gli attacchi precedentemente subiti, dove a farne le spese era stata principalmente la mia faccia: erano i primi tempi, quando ancora stazionavo nella hall della mia guest-house,  e strane ed enormi bolle erano improvvisamente apparse sopra l'attaccatura dell'allora prosperosa barba. (Da notare la vispa e attenta espressione degli occhi)
 
 
E a proposito di rasatura: è fantastico usare il suddetto antizanzare come dopobarba. Brucia che nemmeno il Mennen. Un kit da combattimento stile Rambo.
 
 
Ultimamente ho pure acquistato una scheda simcard con tanto di connessione. E anche la pubblicità dei vari siti si è adeguata alla mia nuova posizione geografica.
 
 
"Venire qui" dove, esattamente?

giovedì 5 settembre 2013

Bangkok

L'altra settimana ero a Bangkok, per sbrigare (con successo) alcune pratiche burocratiche.
Il volto del nemico da sconfiggere - l'Ufficio Visa dell'ambasciata birmana:


Gli uffici avrebbero aperto solo di lunedi', quindi ho avuto un intero fine settimana per un po' di turismo vecchio stile: Palazzo Reale, gitarella sul fiume in traghetto, pagode e monumenti vari, Museo Nazionale (dove tra l'altro c'e' una bella sala dedicata agli strumenti musicali, e io mi sentivo come un bambino a Natale). Dipinti e fotografie della famiglia reale, disseminati un po' ovunque tra strade, negozi, abitazioni, taxi - alcune in formato gigante - a sottolineare l'enorme devozione dei thailandesi per il "sangue blu" locale.

 

 


Immancabile il diluvio improvviso. Ho riparato sotto un padiglione in un parco, dopo un po' di tempo dal fiumiciattolo che scorre sotto il classico ponte in legno delle coppiette è uscito fuori il qui presente rettilone - e si è avvicinato pure parecchio:


Ma ho saltato un po' di passaggi.
Quando sono arrivato erano le 21:00 di venerdì. Esco dall'aeroporto e, assecondando come al solito la mia tirchieria, decido di avventurarmi sui mezzi pubblici (che qui funzionano al solito modo) invece di prendere un comodo ma più costoso taxi.
Morale: sbaglio due volte fermata, pagando quindi tre biglietti invece di uno (il taxi probabilmente sarebbe costato meno), chiedo informazioni qua e là, e alla fine, con molti dubbi, mi avventuro nella strada che mi è stata indicata, ovvero Silom.



Dopo la tranquilla e pacata Yangon, fare un salto improvviso nella movida del venerdì sera di Bangkok si accusa: locali di massaggi ovunque, signorine (forse) che sponsorizzano prive' con annesso "bizzarre show", locali gay con baldi e aitanti giovanottoni che ballano in slip, e figuri più o meno loschi a ogni angolo che offrono "bum-bum" in tutte le lingue mondo - il tutto in mezzo alla strada, tra un rumoreggiante e fittissimo traffico, carretti-ristoranti di cinesi che spandono odore di fritto, i jingles di McDonald's e KFC come trappole moschicida, metropolitana sopraelevata che scarica vagonate di persone, altarini con buddha incensati e sconsolati.



Amsterdam al confronto è una gita con l'Azione Cattolica.



Non ho foto a disposizione perche' ovviamente non potevano essere scattate, ma si puo' usare la fantasia o vedere il becero Una notte da leoni 2.

All'inizio del '900 la buonanima di Conrad la descriveva così:
Era là, estesamente sparsa su ambe le rive, la capitale d'Oriente che mai aveva conosciuto conquistatori bianchi: una distesa di scure case di bambù, di stuoia e di foglie, e con uno stile di architettura vegetale, sorta dallo scuro suolo sulle sponde del fiume fangoso. Era stupefacente pensare che in tutte quelle migliaia d'abitazioni umane probabilmente non v'erano neppure sei libbre di chiodi. Alcune di quelle case fatte d'erba e paletti, come nidi d'una specie di animali acquatici, erano abbarbicate sulla bassa sponda. Altre parevano spuntare dall'acqua; altre ancora galleggiavano ancorate proprio nel bel mezzo della corrente. Qua e là in lontananza, sopra l'affollata distesa delle basse creste dei tetti, torreggiavano grandi edifici in muratura, il palazzo del re, templi splendidi e decrepiti, crollanti sotto il sole a picco tremendo e opprimente, quasi palpabile cosa, che sembrava entrarvi nel petto attraverso il respiro e impregnarvi le membra attraverso ogni poro della pelle.

Oggi e' piu' o meno cosi':


 

E le notizie da casa non sono mai rassicuranti: ilsole24ore.

mercoledì 28 agosto 2013

Mandalay e dintorni

Sto piano piano imparando ad utilizzare al meglio la mia videocamera, o almeno ci sto provando. Passeggiando per Mandalay mi sono lasciato andare a qualche scatto qua e là - così se tra i fidi seguaci c'è qualche fotografo magari mi può dare qualche dritta, che non fa mai male.
 
Il quartiere dove alloggiano i monaci, dove si può scampare - ma poco - al frastuono del traffico cittadino.
 
 
Strani giochi tardo-pomeridiani sulla riva dell'Ayeyarwady: ho provato a capire come funziona, ma dopo un po' ho dovuto lasciar perdere.

 
Padre e figlio giocano sul ponte della propria barca ormeggiata - e gli ultimi rientri prima della sera, dalla parte principale della città a una piccola isoletta sul fiume.
 

 
Mandalay è un ottimo punto di partenza per escursioni nell'entroterra, dato che si trova a pochi chilometri da molte piccole ma interessanti località. Per avere una buona visione dei dintorni si può salire sulla Mandalay Hill, cucuzzolo pieno di pagode, dove una lunga rampa di scale (da fare rigorosamente scalzi, trattandosi di un luogo sacro) porta ad una terrazza da cui si può lanciare lo sguardo nelle campagne.



Se ci si sposta verso sud si incontrano diverse località, tra cui le principali sono Amarapura, Sagaing e Inwa, l'unica che ho potuto visitare: si tratta di una isoletta, più volte eletta a capitale del Regno nei secoli passati. Ci sono le antiche mura difensive e diverse rovine di antichi siti religiosi ormai dismessi, che danno all'atmosfera in generale molto naturalistica quel tocco in più.

 
Se non si fa troppo caso ai molti turisti la visita è molto interessante: si può prendere una specie di calesse e farsi portare in giro, ma io ho cocciutamente camminato per non so quanti chilometri sotto il sole - cosa che, superati i primi cinquecento metri di pantano, è stata abbastanza fattibile, anche se sono arrivato a fine giornata distrutto.
 
A parte il motorino, o il taxi, il modo migliore per spostarsi da quelle parti è il pick-up, un minuscolo autobus dotato di tetto. Questi mezzi si riempiono SEMPRE di persone, di conseguenza è molto facile finire a viaggiare in piedi, aggrappati a qualche sbarra di ferro sul retro o, esperienza assolutamente da non perdere, sullo scomodo tetto: in questo caso bisogna stare attenti a schivare le fronde degli alberi, se non si vuole una ramosa sberla in bocca. D'altra parte è il modo migliore per godersi un po' di aria e ammirare il paesaggio insieme ad un improvvisato compagno di viaggio.
 
 
Durante il viaggio a nord, verso il villaggio di Taungbyone (dura circa un'ora, se si è fortunati e non si trova traffico) ci sono numerosi punti di ristoro improvvisati, dove viene offerta acqua, frutta fresca e betel. Il festival omonimo che si tiene nel villaggio, ogni anno alla metà di agosto, ha molti caratteri che farebbero pensare ad una specie di carnevale: dunque qualcuno, accordandosi alla generale atmosfera, offre anche whiskey.
 
 
Nei giorni del festival il piccolo villaggio di Taungbyone si trasforma in un gigantesco mercato intorno agli edifici principali: la folla è tantissima, il caldo soffocante, il caos regna sovrano, le bancarelle vendono letteralmente di tutto.
 

 
Scopo principale del festival è l'omaggio verso due spiriti, i fratelli Taungbyone, tragicamente morti nei pressi del villaggio qualche centinaio di anni fa. Nei pressi dell'edificio principale, dove sono contenute le statue degli spiriti, le persone offrono ai due fratelli il loro tributo di frutta accompagnando con danze e strepiti la musica che esce come frastuono dagli altoparlanti.
 
 
 
Trattandosi di un festival religioso a tutti gli effetti, la celebrazione attira tutti i medium (nat kadaw) del Paese, i quali vengono qui per partecipare alle danze rituali. Dato che molti dei medium di sesso maschile sono omosessuali, il festival diventa anche l'occasione per "ladyboys" vari di lasciarsi andare. Il video l'ho ripreso aggirandomi tra la folla, dove un gruppetto di giovani "travestiti" particolarmente agitato mi ha subito notato: al termine della ripresa sono stato più volte sbaciucchiato.
 
 
 
La maggior parte dei locali cui "confessavo" che stavo andando al Taungbyone mi ha più e più volte sottolineato di "stare molto attento ai gay", visto che io rappresento un (testuali parole) "bocconcino esotico" - ma, escludendo i bacetti di cui sopra, i più si sbilanciavano al massimo con un rumoroso "hello" accompagnato da un battito di ciglia.
 
A Taungbyone ho ritrovato il mio amico medium U Win Hlaing: a quanto pare è un nat kadaw importante e conosciuto, dato che il suo alloggio è decisamente molto grande (alcuni medium hanno solo una stanzettina minuscola dove dormire e niente di più); inoltre ha un padiglione privato dove viene messo in atto il rituale, con danze e musica. Nelle foto un momento della preparazione - e nel pieno della celebrazione, mentre versa whiskey in bocca a uno dei convenuti.
 

 

Sfortunatamente ero troppo distante per approfittarne.
 
Domani rientro a Yangon, l'ultima settimana l'ho passata a Bangkok per burocrazie varie.

martedì 20 agosto 2013

l'etnomusicologo e l'autobus

Ho passato i primi giorni a muovermi solo con i taxi, spendendo non pochi spicci locali. Questo era dovuto al fatto che, non sapendo dove e come fossero i posti che dovevo raggiungere - ed essendo questi posti spesso fuori dalle comuni mete turistiche - temevo ovviamente di perdermi. Quando ho riportato questo sconsiderato scialacquo, mi è stato giustamente detto: "e perché non prendi l'autobus, che è (molto) più economico?".

Perché.
Perché "prendere l'autobus" a Yangon non è proprio facile facile:
- devi sapere dove andare per trovare la "fermata", che tra l'altro non è segnalata praticamente mai;
- devi riuscire a riconoscere il numero dell'autobus;
- devi sapere in che direzione andare, quantomeno destra-sinistra o nord-sud, per poter salire sul mezzo giusto;
- ... e aiuterebbe anche conoscere la lingua. I controllori sono quasi sempre ragazzi che, sporti dalle porte aperte degli autobus ancora in movimento, urlano le destinazioni ai passanti sul marciapiede, come se fossero dei bancarellari che vendono la propria roba:


Ormai comunque ho preso confidenza con i mezzi pubblici, riesco a far capire dove devo andare al chiassoso personale di bordo, e vengo avvisato per tempo quando è il momento di scendere.

Ovviamente l'inconveniente è sempre dietro l'angolo - come stamattina all'alba quando, tornando dalla stazione delle corriere da e per Mandalay, il mio autobus cittadino ha pensato bene di rompersi, lasciandoci tutti a piedi, costringendo a stiparci in un mezzo molto più piccolo.

Tra le cose interessanti c'è da segnalare il fatto che su ogni autobus si possono trovare disegni/foto del Buddha proprio sopra la cabina del guidatore, immagino per scongiurare il famoso ritornello "e se famo l'incidente...":


Tra i punti oscuri che mi piacerebbe chiarire, però, quello che non si batte è l'aver trovato dentro la carrozza dell'autobus "Abì Bdì" (si chiama proprio così) la cartina con le fermate del 103 di Seoul (South Korea, chiarissimo se si ingrandisce l'angolo in basso a sinistra):


E dato che si è in tema, continuo con i trasporti: tra le principali "attrazioni" di Yangon c'è la "Circle Line", che consiste in pratica nel viaggiare intorno tutta la città, arrivando anche nelle regioni a nord più agricole (quindi esattamente all'opposto della Downtown di Maha Bandoola Rd.), per appena un dollaro, o giù di lì. Il viaggio dura qualcosa come tre ore, ma tre ore seduti, con arietta fresca, e con sempre qualcosa a movimentare il viaggio, come il mercato sulle rotaie...



...che, più o meno a metà tragitto, si trasferisce DENTRO al treno, con l'ovvio risultato che si viaggia circondati da ortaggi di tutti i tipi stipati in enormi bustoni che la gente che non fa che spostare continuamente.

 
Durante il viaggio poi abbondano i venditori di qualsiasi cosa: patatine, bibite, betel, ananas, roba fritta di ogni tipo, e non mancano nemmeno i matti locali che ti guardano e ridono. Per il fatto che, a quanto pare, ogni tanto il treno semplicemente inverte il senso di marcia, tornando lento e dondolante per lo stesso percorso fatto all'andata, piuttosto che completare il giro, i locali non usano la "CL" come un vero e proprio "mezzo pubblico".
 
Il primo giorno che sono arrivato, ignaro di tutto, il tassista mi ha fatto il prezzone, aumentando di ben 10 dollari il prezzo della corsa: ora che lo so, sento ancora di dover espiare, per quei 10 dollari.

giovedì 15 agosto 2013

Myanmar, gente e politica

Qualche tempo fa, un compagno di dormitorio di Yangon che fa l'insegnante di inglese da queste parti ha segnalato il seguente articolo, "Myanmar is not for pussies".
 
Ora, non me la sento di dare un giudizio, dato che il mio è (ancora, più che altro) il punto di vista del "traveller" o del "tourist". Ma quelle due o tre volte che ho contatto i locali per avere informazioni, suggerimenti o aiuti materiali non mi è sembrato di riconoscere quanto scritto nell'articolo.

Tutto questo per introdurre un discorso un po' "peso", ovvero il mio rapporto con la gente di qua. Spesso amici dell'università, tornati da viaggi in luoghi più o meno remoti del Sud-est asiatico, raccontano di locali che trattano i bianchi con particolare considerazione, quando non con vera e propria adorazione. Non è quello che vedo qui. Qui vedo tanto rispetto per gli altri, tanta voglia di mettersi a disposizione anche se non ci si conosce, e una gentilezza che in Occidente è davvero impossibile da trovare - ma c'è anche orgoglio, e parecchio. La gente mi sembra sveglia e consapevole, e soprattutto priva di un qualsivoglia complesso di inferiorità.
 
Ho confrontato questa idea anche con altri viaggiatori, e ho trovato conferma. Si è anche abbastanza d'accordo nell'attribuire tutto ciò al fatto che questa gente ha visto davvero tante (brutte) cose - e non venti anni fa, ma giusto l'altro giorno - e che negli ultimi quattro-cinque anni sta vedendo cambiare il proprio Paese ad una velocità straordinaria.
 
Rimango sul vago perché aprire un discorso sulla situazione sociale, economica e politica della Birmania nel 2013 sarebbe davvero troppo. D'altra parte, c'è già chi lo ha fatto anche meglio di me. Lascio delle opzioni, fate vobis.
 
Se volete leggere una cosa veloce ma seria, allora il mio diario birmano è la cosa adatta per capire com'erano le cose in questi ultimi anni di cambiamento.
 
Se volete vedervi un film storico-biografico ma strappalacrime, allora The Lady è perfetto.
 
Se proprio non c'avete ritegno, c'è l'ultimo film di Rambo.

the road to Mandalay

Qualche notizia dal nord del Paese. Abbandonati i mercati cinesi di Yangon per raggiungere Mandalay, ultima capitale del Regno prima del "British Rule", sede del Palazzo Reale e città decisamente più rurale rispetto alla sua controparte meridionale.
 
Sto facendo un po' il turista: giro di qua e di là, senza una meta precisa, camminando per ore alla perduta, e vedere dove mi porta il reticolo di strade. Un paio di volte sono stato sorpreso dalla pioggia, che da queste parti sembra sia abbastanza rara, anche nel periodo monsonico:


Ogni tanto invece si incappa in scene del genere: il gioco è una specie di pallavolo, ma si gioca con i piedi. La palla è fatta di vimini ed è MOLTO dura. L'ho presa di testa, l'altro giorno, e fa veramente male. I ragazzi di qua ci giocano scalzi, ovviamente, e sono pure decisamente bravi.


Dietro il campo si intravede una pagoda, dovrebbe essere (se ho capito bene) la Kuthodaw Pagoda, nota anche come "Il libro più grande del mondo", contenente tutto il canone buddhista in poco fruibili stele. Risparmio le foto, anche perché non riuscirebbero a rendere il colpo d'occhio su tutte le varie edicolette.

Il motivo per cui sono venuto qua, turismo a parte, è il Taungbyone festival, che inizia domani. Ho già fatto un giro di perlustrazione, e non c'erano per niente stranieri. Tutti i bambini volevano che facessi loro delle foto:



Da notare le facce serissime dei ragazzi, sfoggiate esclusivamente per la foto. Le bambine, un po' più "sciolte", si stanno bevendo una granita al super-colorante che con il caldo che fa da queste parti è decisamente popolare.

Magari nei prossimi giorni carico qualche foto del festival e anche dei dintorni campagnoli, che oggi sono andato girando.